Possiamo affermare che, con la 12 Cilindri,
Ferrari stia rimettendo al centro l’uomo,
dando inizio al rinascimento del design dell’automobile

di Alessandro Camorali
fondatore e titolare CAMAL STUDIO

Quando si mettono insieme le parole “Ferrari” e “Miami”, una persona della mia generazione non può che immaginare una cosa e una soltanto… una                      Ferrari Daytona nera e luccicante.
Non stiamo parlando della SP3 (con cui la casa di Maranello ha deciso di utilizzare questa nomenclatura qualche anno fa) ma della ben più nota Ferrari 365 GTS/4 del 1968, quella guidata da Sonny Crockett in “Miami Vice”, la famosissima serie televisiva cult anni ’80.
Tutti avremmo voluto essere lui, sfrecciare per le strade americane tra le palme e il mare, far rispettare la legge indossando completi alla moda… con un aspetto e un portamento a metà tra il modello ed il surfista.
E poi c’era lei, quell’auto affascinante, diversa da tutte le altre Ferrari, un colpo di spada con il passato, volumi tesi, penetranti. Non nascondo che, tra tutte, la Daytona è sempre stata tra le mie preferite del Cavallino Rampante.

Con questa premessa, mi viene difficile credere che una persona attenta ai dettagli come Flavio Manzoni non abbia cercato questo collegamento, anzi spero che il marketing Ferrari abbia voluto rendere omaggio a quel binomio televisivo, lanciando la nuova 12cilindri proprio nella città del sole e delle palme.
Il 3 maggio scorso, infatti, in occasione del Gran Premio di Formula 1 di Miami, è stata presentata l’erede della 812 Superfast, una nuova V12, che raccoglie in pieno una tradizione sempre cara al fondatore Enzo Ferrari.

Dalle parti di Maranello quando si inizia a lavorare all’evoluzione di questo tipo di oggetto credo vi sia un po’ di ansia e preoccupazione: non è facile rinnovarsi ogni volta e non è assolutamente facile migliorarsi. Quindi, da addetto ai lavori, credo che l’unica strada percorribile sia quella di cambiare.
Il nuovo corso del design ci sta portando verso linee più rigide e volumi più asciutti, una strada un po’ in controtendenza con gli stilemi Ferrari, solitamente più gentili e organici.
Nella storia, il brand di modenese ci ha abituati a seguire questa filosofia, pur negli stravolgimenti, passando da forme organiche come la 250 GTO a linguaggi duri come la Testarossa e l’F40… e poi tornare a linee più sinuose con la F50, la Scaglietti e la 458 Italia, solo per fare alcuni esempi.

Ne consegue pertanto che la fortuna dei designer Ferrari è sicuramente quella di poter attingere alla più bella libreria di contenuti storici e di diversità.                                                                                                                È proprio su questo tema che nasce la 12 Cilindri: strizza l’occhio al suo passato ma interpretandolo con quella modernità che pare segnare un nuovo corso del design di Casa Ferrari.

Ciò che salta subito all’occhio sono le proporzioni, molto simili alla vettura che va a sostituire: cofano molto lungo, sbalzo posteriore pronunciato e tronco sul posteriore a profilo fastback.
Il volume di fiancata si evolve per lo più parallelo al terreno, enfatizzando maggiormente la lunghezza tra muso e assale posteriore. Il parafango anteriore, visibile ma non dominante, non spezza la continuità di lettura regalando alla 12 Cilindri un cofano lungo e continuo fino alla porta. L’anteriore è una chiara citazione della ben nota Daytona di cui sopra, il fascione nero tra i due proiettori, il taglio delle lenti e una serie di dettagli vogliono reinterpretare, in chiave moderna, quegli stilemi iconici ben impressi nella mente degli appassionati del Cavallino.
Sotto la guardia del paraurti due ampie prese aria laterali, che sembrano spinte a forza nel volume già ampiamente aperto. Sono forse eccessive esteticamente ma di sicura utilità per far respirare gli oltre 800cv del V12 che spinge l’auto. Sul lungo cofano i trattamenti sobri e le sezioni organiche si combinano bene fino al parabrezza, interrotte solamente da due sfoghi tra il nostalgico e l’utile.
Il taglio della portiera definisce anche l’inizio del parafango posteriore, spezzandolo dalla continuità di fiancata. Questa parte della vettura mi riporta ai trattamenti del passato ma anche a modelli specifici come la Modulo di Pininfarina o il concept Ford Shelby GR-1.
Sicuramente un’interpretazione ben riuscita, una “bolla” di volume che ben si innesta nella discesa del lunotto, anch’esso molto concettuale ed elaborato nei profili. Vista dall’alto non sembrerebbe una berlinetta di Maranello, ma piuttosto una showcar car uscita dagli atelier dei carrozzieri degli anni ’60, però interpretata con i trattamenti e i dettagli del nostro futuro.
Il posteriore è sobrio e pulito. I fanali dal nuovo family feeling (già visti sulla Ferrari Roma) mettono in evidenza l’iconicità di questa prospettiva.

Gli interni sono molto interessanti, divisi in due emisferi, gemelli all’apparenza ma trattati con dettagli mirati e pensati agli occupanti. Il cockpit, racchiuso in un’unica forma, contiene ogni strumento e comando, e la stessa cosa vale per il passeggero. Questa configurazione (già parzialmente vista sulla Purosangue) vuole immergere il passeggero nel mondo del driver.
Il tunnel e il selettore delle funzioni del cambio sono a sviluppo orizzontale e richiamano lo storico innesto ad H del brand, ovviamente in chiave moderna. Unica cosa che stona un po’, a mio avviso, è il display centrale tra plancia e tunnel, una necessità dei tempi ma che appare troppo evidente nel bilancio degli interni.
I cerchioni, sempre a stella, cercano nuove strade per esprimere la volontà Ferrari di cambiare e innovare e si presentano privi di orpelli stilistici ma alla ricerca della leggerezza e della performance.

La casa di Maranello però non si è fermata qui, ma anzi ha raddoppiato e, in occasione del lancio, ha voluto fare qualcosa di inedito e presentare anche la versione Spider. Un fatto assolutamente inedito.
Ho sempre amato il vento tra i capelli e sicuramente in altre occasioni sarebbe stata la mia prima scelta… ma questa volta voglio preferire la versione coupé.
La trovo più completa e primitiva nella sua forma. Nella versione “aperta” il tonneau cover sale sdoppiandosi dal posteriore fino ad incontrare i poggiatesta, soluzione già vista su precedenti modelli del Cavallino Rampante.
In entrambi i casi, però, va sottolineato che il livello di dettaglio è arrivato ad una esclusività e sportività che solitamente si riserva alle vetture uniche (le ambitissime “one off”) e che, modello dopo modello, sembrano affinarsi in qualità e ricercatezza.
Per concludere possiamo tranquillamente affermare che Ferrari sta rimettendo al centro l’uomo: il rinascimento del design ha avuto inizio.